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chi sono io? una semplice studentessa universitaria con una grande passione...il Giappone. Spero davvero di riuscire a rendere questo blog una piccola finestra che, dall'Italia, permetta a tutti di affacciarsi e di comprendere meglio una cultura tanto lontana dalla nostra, ma estremamente meravigliosa, come quella giapponese!

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La statua di Hachiko

Questa statua, situata nel quartiere di Shibuya a Tokyo, rende omaggio a un cane di razza Akita che nacque nel 1923 nella città di Odate (a nord del dipartimento di Akita).

Lui fu adottato all'età di 2 mesi da Eizaburo Ueno, un professore dell'università di Tokyo che viveva nel quartiere di Shibuya.

Da allora Il cane, che venne chiamato "Hachi", prese l'abitudine si accompagnare il suo padrone fino alla stazione ogni mattina e di tornare per attenderlo al suo ritorno ogni sera.

Ma un giorno, a maggio del 1925, durante il suo normale lavoro all'università, il professor Ueno morì a causa di una crisi cardiaca. Anche quel giorno, come ogni sera, Hachi andò alla stazione di Shibuya ad aspettare il ritorno del suo padrone, e lì rimase fino a notte inoltrata. Alcuni amici del professore, sapendo della sua abitudine, andarono a cercarlo e lo portarono insieme a loro a svariati kilometri di distanza da lì. Ma il cane il giorno seguente scappò per tornare a casa e accompagnare il professore alla stazione. Da allora, per molti anni ancora, lui continuò a ritornare davanti alla stazione di Shibuya ogni sera, per aspettare il ritorno del suo padrone.

Gli abitanti del quartiere furono così impressionati dalla fedeltà del cane che cominciarono a portargli ogni sera dell'acqua e del cibo. La storia del povero Hachi cominciò rapidamente a diffondersi anche al di fuori di Tokyo, e non divenne raro assistere all'arrivo di turisti provenienti dalla provincia e venuti fino alla stazione solo per poter vedere e toccare Chûken Hachiko (Hachiko il cane fedele).

Passarono gli anni e Hachiko, ormai vecchio e malato, divenne quasi incapace di camminare. Nonostante ciò continuò a tornare regolarmente davanti alla stazione di Shibuya dove, il 7 marzo 1935, venne ritrovato morto esattamente nel punto in cui aveva l'abitudine di attendere il suo padrone, il professor Ueno,

Una statua di bronzo di Hachiko, opera dello scultore Teru Ando, fu eretta nel 1935 davanti alla stazione di Shibuya. Purtroppo però, quella statua venne fusa durante la seconda guerra mondiale a causa del bisogno di rinforzi per l'armata Imperiale. Nel 1948 Takeshi Ando, figlio di Teru Ando, morto durante la guerra, fu designato per scolpire una replica della vecchia statua. E' proprio questa nuova statua che ancora oggi si può ammirare davanti alla stazione di Shibuya proprio nel punto in cui Hachiko era solito attendere il ritorno del suo padrone.

Ogni anno, il 7 marzo, una festa (Chuken Hachiko matsuri) viene organizzata davanti alla statua di Hachiko in onore del cane fedele, simbolo di lealtà.

Meno conosciuta anche dagli stessi giapponesi, una replica della statua è stata eretta anche davanti alla stazione di Odate nel 1987.




venerdì, 28 settembre 2007

12:09

Rankochan

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leggende

Baku

Cosa fareste se, in piena notte, vi ritrovaste a svegliarvi di soprassalto a causa di quel maledetto incubo che vi tormenta??? Io non so cosa fareste voi, ma so che i giapponesi in questa situazione evocherebbero "Baku"!

Chi è Baku? Nella mitologia nipponica rappresenta lo spiritello benevolo "mangiatore di sogni". Secondo la leggenda se, appena svegli, si invoca Baku pronunciando la frase "Baku, mangia i miei sogni!", lui trasformerà anche i peggiori incubi in immagini meravigliose e in buona ventura mangiando gli spiriti maligni che provocano i brutti sogni. I genitori quindi cercano di rassicurare i loro figli e di farli dormire sereni assicurandogli che "Baku" veglierà su di loro.

Spesso questo spiritello viene raffigurato come un ibrido di diversi animali: testa di leone, proboscide,corpo di cavallo, zampe di tigre e coda di mucca.

Per la sua capacità di proteggere dalla sfortuna e dalle malattie "Baku", durante il periodo Edo, divenne una vera e propria divinità, infatti lo si può trovare raffigurato in molti dipinti dell'epoca.

...e ora? Dormirete più tranquilli stanotte vero? ;P




lunedì, 16 luglio 2007

19:52

Rankochan

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leggende

Jiu-Roku-Zakura

in Giappone c'è una leggenda legata ad un vecchissimo ciliegio che si trova a Wakegori. Quest'albero è conosciuto da tutti come "Jiu-Roku-Zakura" (il ciliegio del sedicesimo giorno) a causa della sua particolarissima fioritura che, ogni anno, arriva puntuale il sedicesimo giorno del primo mese dell'antico calendario lunare e termina al calare del giorno stesso.
Dietro questa fioritura, unica nel suo genere poichè i ciliegi normalmente fioriscono in primavera e non nel periodo del Grande Freddo, si cela la triste storia di un samurai di Iyo:
Il "Jiu-Roku-Zakura", infatti, inizialmente era un comune ciliegio senza alcuna caratteristica particolare, un ciliegio che cresceva da diverse generazioni nel giardino di quel samurai. Da più di cento anni gli abitanti di quella casa appendevano ai suoi rami strisce colorate con versi di buon augurio;lo stesso samurai aveva trascorso sotto le fronde di quell'albero interminabili ore della sua giovinezza, e sotto gli stessi rami era cresciuto e invecchiato, e sembrava che sotto quei rami la sua vita non avesse mai fine, poichè ad uno ad uno l'uomo vide morire tutti i suoi cari, tutti i suoi figli, fino al giorno in cui si rese conto di non avere nient'altro al mondo oltre il suo ciliegio.
Ma un'estate, improvvisamente, anche l'albero morì, lasciando un incolmabile vuoto nel cuore del vecchio samurai.
Dei vicini tentarono di colmare quel vuoto piantando nel giardino dell'uomo un ciliegio bello e giovane, ma il cuore del samurai continuava ad essere colmo di sofferenza.
Questa triste situazione andò avanti per molto tempo, ma un giorno, e precisamente il sedicesimo giorno del primo mese, l'uomo si ricordò improvvisamente di un modo con cui era possibile salvare una creatura morente: "Migawari ni tatsu", ossia "operare una sostituzione", chiedere agli Dei di scambiare la propria vita con la sua. Immediatamente corse in giardino, si inchinò davanti all'albero avvizzito e disse "Degnati, te ne prego, di fiorire ancora, perchè sto per morire al posto tuo".
A quel punto il vecchio samurai distese sul terreno dei mantelli, vi si sedette e, senza esitazioni,  fece seppuku. Nello stesso istante in cui la lama gli trapassava il ventre, la vita e lo spirito dell'uomo si trasferirono nell'albero e gli permisero di rinascere e di rifiorire in tutta la sua bellezza.
Da allora ogni anno, il sedicesimo giorno del primo mese, mentre in Giappone regnano il freddo e la neve, il Jiu-roku-zakura fiorisce, facendo conoscere al mondo la generosità di un samurai capace di donare la propria vita pur di vedere ancora quei fiori.



domenica, 17 giugno 2007

22:44

Rankochan

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leggende

Oni

Nel post sul Setsubun vi ho nominato più volte gli "Oni", ma non vi ho spiegato davvero cosa sono, come vengono immaginati e come si sono "evoluti nel tempo".
Per rendervi più familiari questi "orchetti" vi trascrivo un paragrafo molto interessante che ho trovato su Wikipedia, spero vi chiarisca un pò le idee :)
 
" Nelle prime leggende gli oni come per esempio la ragazza del pozzo erano creature benevolenti ritenute capaci di tenere alla larga spiriti maligni malvagi e malevoli e di punire i malfattori. Durante l'era Heian il Buddhismo giapponese, che aveva già importato una parte della demonologia indiana (rappresentata da figure come i kuhanda, gaki e altri) incorporò queste credenze chiamando queste creature aka-oni ("oni rosso") e ao-oni ("oni blu") e facendone i guardiani dell'inferno o torturatori delle anime dannate. Alcune di queste creature erano riconosciute come incarnazioni di spiriti shinto.

Con il passare del tempo la forte associazione degli oni con il male contagiò il modo in cui venivano percepite queste creature e vennero ad essere considerate come portatori o agenti delle calamità. I racconti popolari e teatrali iniziarono a descriverli come bruti stupidi e sadici, felici di distruggere. Si disse che gli stranieri ed i barbari fossero oni. Oggigiorno sono variamente descritti come spiriti dei morti, della terra, degli antenati, della vendetta, della pestilenza o della carestia. Non importa quale sia la loro essenza, gli oni odierni sono qualcosa da evitare e da tenere a bada.

Fin dal X secolo gli oni sono stati fortemente associati con il nord-est (kimon), particolarmente nella tradizione detta onmyōdō di origine cinese. I templi sono spesso orientati verso questa direzione per prevenirne gli influssi nefasti e molti edifici giapponesi hanno indentazioni a forma di "L" in questa direzione per tenere lontani gli oni. I templi Enryakuji, sul Monte Hiei a nord-est del centro di Kyoto e Kaneiji, che erano a collocati a nord-est delle dimore imperiali, ne sono un esempio. La capitale giapponese stessa fu spostata verso nord-est da Nagaoka a Kyoto nell'VIII secolo.

Alcuni villaggi tengono cerimonie annuali per tenere lontani gli oni, specialmente all'inizio della primavera. Durante la festa del Setsubun la gente scaglia fagioli di soia fuori dalle case gridando «Oni wa soto! Fuku wa uchi!» ("Oni fuori! Fortuna dentro!"). Secondo un'altra tradizione di origine taoista si ritiene che alcuni oni possano fare delazioni alle divinità sui peccati dell'uomo, perciò la nota rappresentazione delle tre scimmie che «non vedono, non sentono e non parlano» (con un gioco di parole in giapponese: «mizaru, kikazaru, iwazaru») ha valore talismanico perché impedirebbe a questi spiriti di agire malevolmente. Rimangono comunque alcune vestigia dell'antica natura benevola degli oni. Per esempio uomini in costume da oni conducono spesso le parate giapponesi per tenere lontana la sfortuna. Gli edifici giapponesi a volte includono tegole del tetto con la faccia da oni per tenere lontana la sfortuna, in maniera simile ai gargoyle della tradizione occidentale. Nella versione giapponese del gioco acchiapperella il giocatore che sta sotto è invece chiamato "l'oni"."

e ora, che ne pensate di questi "dolci esserini"?? :P

alla prossima, (^o^)/




domenica, 17 giugno 2007

22:36

Rankochan

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leggende

Tanabata

 

La leggenda narra che quella che tutti noi oggi conosciamo come “La via Lattea”, non era altro in realtà che un grande fiume che divideva il regno degli umani (a occidente) da quello degli Dei (a oriente). In quest’ultimo un tempo viveva una splendida principessa, di nome Orihime, che oltre ad essere bellissima era ineguagliabile nell’arte della tessitura. Dall’altra parte del fiume viveva invece un giovane mandriano, Hikoboshi, che trascorreva le sue giornate portando al pascolo le sue mucche, e fu proprio facendo ciò che un giorno il ragazzo non si accorse di aver attraversato il fiume e di essere entrato nel regno degli Dei…

Quel giorno, tuttavia, accadde qualcosa che cambiò totalmente la vita del giovane Hikoboshi. Continuando a camminare, infatti, il ragazzo si imbattè nella principessa Orihime e, rimasto folgorato dalla sua bellezza, se ne innamorò perdutamente. Nemmeno la fanciulla però rimase indifferente alla vista del giovane mandriano, difatti dopo poco tempo i due decisero di coronare il proprio sogno d’amore e di sposarsi.

Da quel giorno i due ragazzi trascorsero insieme tempi felici, pensando unicamente al loro amore e trascurando ogni altra cosa.

Ma presto nel regno degli Dei qualcuno si accorse dell’assenza della principessa e, dopo aver scoperto che quest’ultima aveva osato a tal punto da sposare un mortale, non esitò a costringere Orihime a tornare nel suo mondo natale e a impedirle per sempre di rivedere il suo amato Hikoboshi. Per evitare che i due potessero incontrarsi, infatti, il fiume venne espanso a dismisura e innalzato in cielo, laddove nessuno avrebbe potuto attraversarlo.

Il povero Hikoboshi fece di tutto per cercare di rivedere la sua principessa, finchè un giorno, dal mondo degli Dei qualcuno, impietosito dalle sue interminabili lacrime, decise di permettere ai due innamorati di incontrarsi soltanto un giorno all’anno, il settimo giorno del settimo mese. Da allora Orihime e Hikoboshi non fanno altro che attendere, ogni anno, l’arrivo di Tanabata, dell’unico giorno in cui possono riabbracciarsi e rinnovare il proprio amore.

Ancora oggi nelle notti d’estate possiamo scorgere il grande fiume che scorre imponente in cielo e, ai suoi lati, le due luminosissime stelle (identificabili come Altair della costellazione dell’Aquila e Vega della costellazione della Lira) del mandriano e della principessa che attendono speranzose l’arrivo del 7 di luglio.

In Giappone nel giorno di Tanabata tutti scrivono i propri desideri su biglietti di carta (i Tanzaku) che poi vengono appesi insieme ad altre decorazioni di carta e stoffa ai rami di bambù. 

 




domenica, 17 giugno 2007

17:04

Rankochan

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leggende

Taketori Monogatari

"Taketori Monogatari"(storia di un tagliabambù) è il racconto più antico della tradizione giapponese.
Narra di un anziano tagliabambù che un giorno, recatosi a svolgere il suo lavoro, trovò in un bambù una piccolissima bambina, alta solo 3 pollici, che emanava una luce brillante.
L'uomo, incantato da quella creaturina, decise di portarla a casa sua e adottarla. In pochi mesi quella piccola bambina divenne una fanciulla stupenda e molti nobili del luogo accorsero subito per chiedere la sua mano. Ma la bellissima ragazza, che venne presto soprannominata "Kaguya hime" (la principessa Kaguya), non accettò nessuna delle richieste di matrimonio, e sottopose i 5 pretendenti più insistenti a delle prove impossibili, che nessuno riuscì a superare.
Così, finalmente libera, la fanciulla confessò di provenire dalla Luna e di dovervi tornare alla prima notte di Luna piena dello stesso mese. Quando quella notte arrivò i messaggeri della Luna scesero dal cielo e la stupenda Kaguya hime potè fare ritorno nel suo luogo d'origine.
Si dice che ancora oggi il fumo che sale al cielo dal Monte Fuji sia la testimonianza dell'esistenza di questa meravigliosa fanciulla e del suo ritorno sulla Luna.



domenica, 17 giugno 2007

16:21

Rankochan

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leggende

secondo una tradizionale leggenda giapponese, i Kappa sono dei folletti che vivono nei fiumi. Sono creature umanoidi, ma hanno le particolarità di avere la pelle verde,  mani e piedi palmati, un becco giallo al posto della bocca e un carapace di tartaruga sulla schiena.
Un'altra caratteristica peculiare di questi esserini (forse la più importante) è quella di avere sulla testa un piatto bagnato che conferisce loro una grande forza e che, nel caso dovesse asciugarsi, provocherebbe la morte di questi simpatici folletti.
Anche se ci sono diverse versioni, la tradizione vuole che i Kappa aspettino le loro vittime per poi trascinarle sott'acqua e mangiarle.
Una curiosità: siccome si narra che ai Kappa piacciano i cetrioli il particolare tipo di Sushi con il cetriolo e avvolto in un foglio di Nori si chiama "Kappa-maki"!!



domenica, 17 giugno 2007

16:10

Rankochan

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Maneki neko

la leggenda del Maneki neko  sembra aver origine nel XVII secolo. Si narra di un monaco molto povero che viveva in un antico tempio di Tokio e che un giorno, mentre preparava la sua cena, vide seduto all'ingresso del tempio un gatto magro e affamato. Il monaco allora decise di dividere il suo cibo con il piccolo animale il quale, mostratosi grato, cominciò a tornare al tempio tutte le sere alla stessa ora, costringendo il povero monaco a dividere ogni giorno la sua cena con lui.
poi una sera, durante un forte temporale, un nobile feudatario capo di un gruppo di samurai si fermò fuori ai giardini dell'antico tempio in cerca di un rifugio in cui potersi riparare dalla pioggia. Ma ,voltandosi, l'uomo intravide la sagoma di un gatto seduto davanti a lui con la zampetta alzata quasi a mò di saluto. Incuriosito dallo strano evento, il samurai cercò di raggiungere l'animale che, però, continuava ad allontanarsi. E fu così che il piccolo gattino riuscì a portare il nobile uomo nel tempio, dove il monaco fu felice di ospitarlo insieme al suo gruppo di samurai.
Dopo un breve periodo trascorso lì il ricco feudatario (il cui nome era "Ii Naotaka"), colpito dalla saggezza e dalla generosità del povero monaco, decise di fare di quell'antico tempio il suo tempio di famiglia.
Da quel giorno il monaco fu per sempre grato al gatto che, quasi come se avesse ascoltato le sue preghiere, aveva portato fortuna e prosperità al suo tempio.
Pochi giorni dopo il povero animale morì, e il monaco decise di far erigere una statua con le sembianze di un "gatto che invita" alzando la zampina, pensando che quella statua potesse continuare a portare fortuna al tempio.
 
questa è la leggenda del "Maneki Neko", il "Gatto che invita". Ancora oggi in Giappone si possono trovare innumerevoli statuine che lo raffigurano, e che si ritiene portino fortuna in campi differenti a seconda del loro colore (se ne trovano di bianchi, neri, dorati, tricolore...) e di quale zampetta alzino .



domenica, 17 giugno 2007

12:42

Rankochan

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